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Quando lascio la luce di Firenze,
non è solo una città che saluto,
ma un respiro antico che mi ha cresciuto dentro,
una carezza d’oro sulle pietre del cuore.
L’Arno scorre ancora nei miei pensieri,
lento, come il tempo che non volevo contare,
portando via riflessi di tramonti
che sembravano promesse eterne.
Ogni vicolo ha detto il mio nome,
ogni piazza mi ha insegnato a restare,
tra passi leggeri e silenzi pieni
di storie che non finiscono mai.
E poi c’è un cancello, semplice,
di quelli che il tempo non chiude davvero:
l’asilo dei miei giorni più piccoli,
dove il mondo era grande quanto un cortile.
Ancora oggi mi fermo a guardare,
bambini che ridono senza misura,
e in quel suono mi ritrovo intero,
con le ginocchia sbucciate e il cielo negli occhi.
Mi rivedo correre senza domani,
credere che ogni attimo fosse infinito,
mentre il vento portava via i pensieri
che allora non avevano nome.
E la Toscana terra viva,
di colline che sussurrano poesia,
di cipressi fermi come custodi
dei sogni che ho lasciato a metà
mi guarda partire senza trattenermi,
con la dignità dolce di chi ama davvero,
sapendo che certe radici
non si strappano, si portano dentro.
Parto, sì, ma non vado via,
perché Firenze non si lascia:
si nasconde tra le pieghe dell’anima
e torna, ogni volta che chiudo gli occhi.
E allora camminerò altrove,
tra strade nuove e cieli diversi,
ma dentro avrò sempre quella luce
la luce che non tramonta mai.